Telelavoro - Cos’è il Telelavoro - Parte 2

Un problema che si avverte, quando occorre inquadrare il telelavoratore all’interno di una definizione, deriva dall’esistenza di tre categorie: i lavoratori subordinati, i lavoratori parasubordinati e i lavoratori autonomi. Ad esempio, un libero professionista che fornisca servizi di consulenza alle imprese è un lavoratore autonomo, ma qualora fornisse consulenze a distanza con l’ausilio di mezzi telematici potrebbe essere considerato un telelavoratore? Partendo da un’impostazione di tipo tradizionale la risposta sembrerebbe essere negativa. I dati e le informazioni che il telelavoratore scambia con la sede dell’impresa possono essere considerati come input del ciclo produttivo dell’impresa stessa. Anche il telelavoratore, che svolge e, talvolta, organizza il suo lavoro con le attrezzature informatiche che l’azienda gli fornisce, può essere considerato come una singola fase dell’intero ciclo produttivo aziendale. In quest’ottica, il telelavoro consiste in una particolare forma di delocalizzazione della produzione. I flussi di dati che vengono scambiati tra la sede dell’impresa ed il telelavoratore sono assimilabili a semilavorati, prodotti intermedi che transitano lungo l’intero ciclo produttivo aziendale, i quali si incorporano in altri semilavorati e subiscono trasformazioni di vario tipo lungo le molteplici fasi del ciclo stesso. Il risultato di tutte le trasformazioni che avvengono lungo il ciclo produttivo dell’impresa è il prodotto finito (bene o servizio), destinato al cliente. I flussi di dati che il telelavoratore scambia con la sede principale dell’impresa rappresentano delle transazioni interne ai confini dell’azienda che, in quanto tali, risultano sottratte alle regole del mercato (contrattazione, fissazione del prezzo e delle condizioni di consegna, statuizione dei tempi e dei metodi di pagamento, ecc.), mentre risultano soggette alle norme fissate nei contratti aziendali. Per contratti aziendali si intendono quei contratti attraverso i quali l’imprenditore inserisce persone e/o cose all’interno dell’organizzazione aziendale, assoggettandoli al proprio potere di direzione, coordinamento e controllo gerarchico ed esonerandoli, almeno in parte, dal sostenere i rischi e le spese di gestione tipiche dell’esercizio di impresa. In questa categoria rientrano sia i contratti di lavoro subordinato, sia quelli di lavoro parasubordinato e di collaborazione.

Il libero professionista che fornisce servizi alle imprese, invece, scambia i suoi servizi sul mercato e non è legato all’impresa da contratti del tipo di quelli appena descritti.

A quanto appena detto, però, si può fare un’obiezione. Infatti, nella realtà delle cose, le imprese che acquistano semilavorati e servizi sul mercato finiscono per rivolgersi in maniera abituale agli stessi fornitori. Talvolta stabiliscono con questi dei veri e propri legami di co-partnership e può accadere che l’impresa cliente divenga il principale (ove non esclusivo) committente dell’impresa fornitrice. In tal caso l’economicità aziendale del fornitore (ossia la sua sopravvivenza sul mercato), finisce per dipendere quasi esclusivamente da quella del cliente, allo stesso modo in cui ciò si verifica per due unità economiche appartenenti alla stessa azienda o allo stesso gruppo aziendale. Quando accade questo, il libero professionista che vende servizi ad un’impresa si comporta (economicamente parlando) come un lavoratore parasubordinato, anche se in realtà non ha firmato contratti di lavoro con l’impresa. In questo senso si può parlare di telelavoratore autonomo senza stravolgere l’istituto del telelavoro, istituto che certamente non può ricomprendere ogni forma di prestazione a distanza regolata da meccanismi di mercato.

Per far sì che la definizione di telelavoro ricomprenda molte fattispecie riscontrabili nella realtà, e non solo rapporti di lavoro subordinato, sembra appropriato definire come telelavoratore anche chi interagisce a distanza con il cliente attraverso l’ausilio di strumenti informatici, purché il rapporto con il cliente abbia natura sistematica e presenti una certa stabilità. Se si adotta questa ottica, il telelavoro va inteso come modalità di organizzazione del lavoro applicabile ai processi produttivi interaziendali e al “category management”. Ossia tutte quelle forme di integrazione tra fornitore, produttore e cliente finale che utilizzano gli strumenti telematici per far sì che l’informazione si diffonda a tutti i livelli del processo produttivo terminale, fornendo ad ogni soggetto una maggior consapevolezza delle esigenze di mercato ed una maggiore capacità di risposta agli stimoli esterni. Alla luce di queste considerazioni possiamo dare una definizione ampia di telelavoro che abbracci tutte le diverse manifestazioni del fenomeno:

qualsiasi rapporto di lavoro o prestazione di servizio di tipo gerarchico o co-operativo, abituale e reiterata nel tempo, che utilizzi strumenti di ICT (Internet and Communication Technologies).

Il termine “gerarchico” fa riferimento alle relazioni di lavoro subordinato, mentre il termine “co-operativo” fa riferimento a relazioni di lavoro parasubordinato o a relazioni tra aziende diverse (normalmente impresa e libero professionista). E’ importante che tra le imprese si instaurino relazioni di tipo co-operativo, ossia che l’approccio collaborativo prende il sopravvento su quello competitivo e la fissazione del prezzo, la determinazione della data di consegna della merce, la scelta delle materie prime o addirittura la stessa organizzazione del ciclo produttivo vengano decise congiuntamente dagli imprenditori (anche se inconsapevolmente). Ciò avviene quando le relazioni tra imprenditori divengono stabili nel tempo e la gestione delle rispettive imprese acquisisce una certa interdipendenza strategica. Una condizione necessaria ma non sufficiente perché un soggetto possa definirsi telelavoratore è che costui operi a distanza dal luogo che rappresenta la destinazione logistica del suo output. Ma il telelavoro è anche un fenomeno legato a filo doppio alle nuove tecnologie e perché un lavoratore possa essere definito tale è anche necessario che operi attraverso l’impiego di strumenti informatici. L’impiego di strumenti telematici, al contrario, non costituisce condizione necessaria perché sono possibili forme di telelavoro off-line in cui l’output del telelavoratore raggiunge la sede della propria impresa o dell’impresa partner tramite mezzi tradizionali (es. servizio postale o corrieri espressi). Lo sviluppo della telematica e delle tecniche sicure di trasmissione dati renderà le modalità di telelavoro off-line sempre meno diffuse.

Il telelavoro non è semplicemente cambiamento del posto in cui si svolge il lavoro esistente; è anche scomparsa di vecchi mestieri, sostituiti da nuove opportunità di lavoro. I nuovi lavori possono essere svolti ovunque: non solo a casa anziché in ufficio, ma anche in altre aziende, in altri settori, in altre nazioni e in altri continenti. Grazie a questa nuova modalità di produzione anche la forza lavoro, ossia il fattore produttivo statico per eccellenza, può partecipare al processo di globalizzazione dell’economia dal quale (almeno per il momento) pare essere tagliato fuori. I programmatori della regione indiana di Bangalore che lavorano per le aziende americane dell’informatica residenti nella Silycon Valley, così come i lavoratori filippini utilizzati da alcune compagnie aeree occidentali per delocalizzare l’attività di prenotazione dei voli sono esempi che rendono bene l’idea di come il telelavoro possa promuovere la delocalizzazione produttiva pur senza che l’impresa debba realizzare costosi investimenti diretti all’estero. Considerando il ruolo sempre più importante che i flussi internazionali di informazioni rivestono rispetto ai flussi internazionali di merci nell’ambito dei processi produttivi aziendali, si può immaginare che il telelavoro verrà utilizzato in misura crescente nei processi di internazionalizzazione delle imprese.

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